pain perdu

a cura di ghirigori baumann

Il prezzo della testimonianza

* Le fotografie restano e fanno male, mentre gli slogan svaniscono, sono sempre uguali e non danno fastidio a nessuno.

Qualche settimana fa, a Parigi, mi è capitato di partecipare a una manifestazione di piazza organizzata da movimenti di varia estrazione in risposta all'attacco di una nave di aiuti umanitari da parte dell'esercito israeliano. Da quell'avvenimento non è poi trascorso chissà quanto tempo, quindi immagino che lo ricordiate. Io ero lì in una tripla veste: manifestante, innanzi tutto, dal momento che ero d'accordo con il motivo della protesta; testimone oculare, in secondo luogo, con l'aiuto della mia fotocamera; infine, da curioso, dal momento che stavolta Israele l'aveva fatta davvero grossa, e Parigi è la città d'Europa con il numero maggiore di arabi filopalestinesi e di musulmani, oltre al fatto che la popolazione francese non perde occasione per protestare contro qualsiasi cosa non le vada giù. Giustamente, a mio avviso.

La manifestazione era, com'è ovvio, nutrita, e le associazioni partecipanti erano molte. Non credo di aver mai visto così tanti arabi incazzati in vita mia. Insieme a me, alla testa – o piuttosto ai lati – della manifestazione, diversi fotografi e cameraman, più o meno amatoriali. Seguivamo il movimento del flusso principale, cercando di prevederne la direzione e le azioni. Cominciano a volare sassi e bottiglie contro la polizia, che cerca d'impedire al corteo di entrare nella zona dell'ambasciata israeliana. La polizia risponde con le cariche e i lacrimogeni, come di rito.
Poi, quando le posizioni sembrano ormai definite, coi manifestanti appena oltre la barriera formata dalle camionette della polizia, i fotografi e i cameraman si sistemano giusto ai confini destro e sinistro della linea di divisione.

Altri lanci di oggetti, pietre e bottiglie, e altri lacrimogeni, finché un gruppo dei manifestanti, senza preavviso, si dirige verso un cameraman, e comincia a insultarlo al grido di “Voi media siete tutti dei collaborazionisti”. Il cameraman tace, continua a riprendere, ma i manifestanti si avvicinano e le loro urla si fanno più aspre: “Collaborazionisti! Voi state con la polizia!”, dice uno di loro al cameraman, che smette di riprendere, ma continua a tacere, forse cercando di non alimentare la furia dei manifestanti, forse perché farli ragionare è impossibile, in quel momento.

Strano, però, perché i bersagli sono solo i cameraman, non i fotografi. A me verrebbe di aiutarlo, ma sono diviso dal solito dilemma etico del fotoreporter (anche se non lo sono), una specie di principio d'indeterminazione di Heisenberg applicato alla fotografia: continuare a scattare e documentare l'aggressione ingiustificata, o cercare di aiutarlo e influire sugli eventi. Finisco per non fare né l'una né l'altra cosa, pensando che, se tento di aiutarlo, i manifestanti non cambieranno comunque idea; se scatto e se ne accorgono, penseranno che sono un collaborazionista e che con quella foto voglio rendere più agevole la loro identificazione da parte della polizia. Per fortuna il furor cieco scema dopo poco, e il cameraman può allontanarsi senza troppo spavento.

È la prima volta che assisto a una scena simile. È evidente che i manifestanti non conoscevano il cameraman, così come è possibile che lui stesse lavorando per un'emittente indipendente e non avesse nulla a che fare né con la polizia né con la tv statale. Ma basta poco e l'ira del gruppo, che non può essere espressa contro i furgoni della polizia armata (a un certo punto un poliziotto “gasa” un manifestante mirando agli occhi e prendendolo in pieno), e la frustrazione del confine della zona rossa che non può essere superato si dirigono verso obiettivi più facilmente raggiungibili: nella fattispecie, l'operatore televisivo. Mi è venuta voglia di urlare “Coglioni! Se voi esistete per il mondo, è grazie a quel tizio con la videocamera: altro che collaborazionisti!”.

Non sono uno psicologo delle masse, non so perché sia accaduto un transfert dalla polizia ai media, ma la cosa mi ha fatto paura: a un certo punto non importava chi fosse il “colpevole”; importava scegliere un bersaglio raggiungibile. Insomma, il cameraman al mio fianco, “colpevole di testimoniare”, stava finendo per pagare il prezzo della strage compiuta dall'esercito israeliano.
Tra tutti i rischi del mestiere, devo confessare, non avevo mai pensato a questo, prima d'ora. Sarà bene prenderne nota, per la prossima volta.

Il ruolo del testimone non è sempre ben visto: sembra che chi abbia in mano una fotocamera o una videocamera riprenda solo per interesse monetario, e che dello scopo della manifestazione non gliene importi nulla: ma ogni volta che scatto una foto a una manifestazione, per me è come urlare uno slogan (cosa che non ho mai amato fare); anzi, è molto di più. Le fotografie restano e fanno male, mentre gli slogan svaniscono, sono sempre uguali e non danno fastidio a nessuno.

Alcune foto della manifestazione sono visibili su: http://www.flickr.com/photos/ghirigoribaumann

 

continua » Altri articoli della rubrica PAIN PERDU: